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Frank Miller - 300

"La legge. Noi non sacrifichiamo la legge alla volontà e al capriccio degli uomini. Queste erano tradizioni antiche. Tradizioni tristi e stupide. Quelle di Serse e dei suoi simili. E' iniziata una nuova era. L'era delle grandi imprese. L'era della ragione. L'era della giustizia. L'era della legge. E tutti sapranno che trecento spartani hanno esalato l'ultimo respiro per difenderla."

"Siamo con voi, sire, fino alla morte."

"Non ve l'ho chiesto. La democrazia è per gli ateniesi, ragazzo."

Il fiero Leonida in testa al suo drappelloUn'opera così può riassumersi con questo breve dialogo. Se c'è una cosa che abbiamo imparato a notare grazie a Frank Miller, è quest'abilità di poter comunicare davvero tanto con pochi strumenti. Che siano tavole o chiacchiere a lui non importa.
Cos'è? Ma "300" naturalmente.
Non il 300 che la stragrande maggioranza di noi ha visto al cinema o successivamente in dvd; non il 300 di Zack Snyder; non il 300 con Gerard Butler nei panni di Leonida.
Eh si, perché questo film, anche se ha saputo dare una buona
interpretazione dell'opera originale, non può certamente paragonarsi a quest'ultima.
Miller è uno sceneggiatore. Come si è già notato in "Sin City", chi trasla le sue opere nella dimensione cinema non deve sforzarsi più di tanto per eseguire un ottimo lavoro. L'autore sa sempre come plasmare i suoi scenari e i suoi personaggi. Non ha bisogno dell'aiuto di nessuno. Portare tali opere su grande schermo è mera pubblicità.
Andiamo a vedere perché. E' il 1998 quando inizia la breve pubblicazione di questa storia: terminerà lo stesso anno dopo l'uscita dei pochi capitoli che vanno a completarla. La storia, la matita e i dialoghi sono di Frank Miller ovviamente, mentre i colori di Lynn Varley. I giochi di luce sono gli stessi che tanto esaltano lo stile di Miller, ma qui non siamo spettatori di un prepotente stile noir accompagnato da sporadici colori trascendenti come in "Sin City". Qui la colorazione ha un tono di storica drammaticità, che non vede la sovrapposizione di bianco e nero, bensì colori opachi smorzati da un effetto seppia, lo stesso che nel 2005 verrà applicato al film. Il ruolo primario del rosso, nei mantelli degli spartani prima e nel sangue poi, per quanto possa sembrare triste e paradossale, aggiunge una luce poetica al tutto, che interviene a rendere più dolce e viva la resa grafica.
L'evento che viene narrato è la Battaglia della Termopili: il sanguinoso confronto tra il re di Sparta Leonida I accompagnato dai suoi trecento guerrieri e l'ambizioso dio-re dei persiani Serse.
Protagonista indiscusso dell'opera è il re Leonida. Attraverso un eloquente flashback capiamo la formazione del re di Sparta. Il suo coraggio e tutta la forza che trae dall'onore e dalla legge di Sparta lo rendono il più brillante della sua terra: utilizza la logica tipica dei greci ma è la guerra la sua arte, non la dialettica degli ateniesi. Un allenamento che dura per tutta la vita è la filosofia degli spartani: una mente aperta a tattica e strategia che ha per strumento un corpo dalla possente massa muscolare. Leonida è la massima esposizione di tutto ciò. Leonida è la legge che i suoi soldati seguono senza pensarci un attimo.
Serse, gran conquistatore e  sedicente dio
Agli occhi della civiltà moderna un regime del genere sarebbe visto come un società spietata che vuole solo il massimo dalle sue creature: una macchina che non ammette figli difettosi e che li annienta ancora prima di farli crescere (si pensi al personaggio di Efialte). Il prodotto di questa civiltà spartana però, almeno in quest'opera lo conosciamo. Gli spartani sono tremendamente efficienti: la loro chiusura per la flessibilità della legge gli conferisce una caratterizzazione che a volte può sembrare anche antipatica, eppure è proprio questa che li rende così perfetti. Frank Miller ci mostra una Sparta quasi divina, con uomini e donne bellissimi dotati di un corpo scolpito nel marmo, con il sesso in bella vista e ornati solo di spada, sandali e un meraviglioso lunghissimo mantello.
La legge di Sparta però, rimane circoscritta ai suoi confini: Leonida e la sua gente sono fieri di essere un elites e non hanno intenzione di estendere questo regno. Essere spartano significa amare Sparta. Essere spartano significa essere forte. Solamente uno spartano può essere chiamato "spartano".
Un diverso modo di concepire un regno però, può essere fatale per la libertà. La libertà assoluta che intendono gli spartani. Quella che gli viene minacciata di portar via dall'ambizione di Serse. L'impero persiano rappresenta tutto ciò che non sono gli spartani. Lusso, ricchezza e hubris. Un dio-re che con la sua ricchezza può comprare o conquistare qualsiasi cosa voglia. La proposta che egli fa a Leonida (prima attraverso un ambasciatore poi personalmente) ha per oggetto quella che si potrebbe definire “l'illusione della libertà”. Serse desidera Sparta solo perché è un suo capriccio, non vuole nulla di specifico. Vuole soltanto che Leonida si inginocchi. Ma Leonida continuerà a combattere nelle Termopili mietendo migliaia di vittime assieme ai suoi guerrieri preferendo la morte piuttosto che assecondare il volere del cosiddetto dio-re.
Il carisma di questi due personaggi è imponente anche se deriva da due diverse fonti.
Leonida è l'uomo stimato e amato, sovrano indiscusso: i suoi uomini morirebbero per lui senza un preciso ordine. E' fonte di forza e ispirazione: è lo spartano per eccellenza, esempio da seguire e massimo rappresentante degli ideali di legge, onore e giustizia.
Serse invece utilizza solamente il terrore ed il potere derivante dalle sue ricchezze e dai suoi eserciti. Non esistono per lui codici che limitino la sua ambizione. Ogni suo capriccio diventa un ordine che fedelmente i suoi uomini eseguiranno. Quelli che guida Serse sono solo degli uomini infondo, come gli stessi “immortali”.
Pronti alla carica
La qualità degli uomini di Leonida risiede nella loro formazione e disciplina. La parte affascinante risiede nella concezione di libertà intesa da Leonida. Uno spartano non può voltarsi o inginocchiarsi; non può essere sconfitto senza morire; non si può ritirare; non può dire frasi dolci alla moglie prima di partire per la sua ultima guerra; non può disubbidire al suo re. Il sistema è rigidissimo, eppure lo spartano lo rispetta senza nemmeno accorgersene. E' formato così bene che rispetta tutti questi precetti geneticamente. "Piccolo miei". Così li chiama il re Leonida.
Il re, quando perde ogni speranza di vittoria, è felice e fiero di aver portato i suoi ragazzi alla morte. Alla morte sul campo di battaglia. Alla gloria. Certi pensieri di Leonida, pur nella loro immensa drammaticità, fanno anche sorridere. Già, perché avrebbe voluto avere più di trecento uomini con sé. Avrebbe voluto anche le donne e i bambini spartani. Non per avere una misera possibilità di vittoria, ma per permettere a tutta Sparta di godere della gloria che sarebbe derivata da quell'epica battaglia.
Il valore di Leonida e la sua imponenza come guerriero e condottiero incrinano le certezze di Serse, illuso di essere una divinità sulla terra. Un uomo crudele come il re persiano assume un atteggiamento che si discosta molto dalla personalità descritta nell’opera stessa poiché da questa ostinazione degli spartani sale sì un odio incommensurabile, ma non è questo l’unico sentimento che si impadronisce di Serse. Li vuole annientare, eppure nonostante questo il risultato massimo da ottenere in costanza di questa guerra sarebbe conquistare un avversario che si è rivelato immenso: Leonida. La sua perversa ambizione lo avrebbe portato a godere di più della sottomissione di uomo così solido; c’è un forte climax nel corso del plot di Serse nei confronti del sovrano spartano. Indomabile come il suo regno.
Nella loro rudezza gli spartani sanno anche mostrare la loro forte coesione. Il valoroso capitano Delio, che racconta intorno ad un falò storie di guerre passate per fomentare gli animi dei guerrieri spartani, evidenzia lo spirito di gruppo unito da un volere unico, un rapporto di osmosi che si configura anche nella battaglia stessa, dato che ogni spartano protegge l’uomo alla sua sinistra, dalla coscia al collo, con lo scudo. Una collettività resa quindi concreta dalla guerra: “Noi combattiamo come una sola unità impenetrabile. E’ questa la ragione della nostra forza”. Così parla Leonida al deforme Efialte. Così, in un atteggiamento che a primo impatto può sembrare ingiusto, il re dimostra come la legge sia inderogabile. Coerenza significa giustizia assoluta e verità. Coerenza è il succo nutriente ma aspro della libertà.
Pur se rimodellata profondamente da Miller la trama, come la storia effettiva, ha il suo tragico finale. Il talento di Miller ci fa gioire e soffrire assieme ai trecento guerrieri; ci fa affezionare a quella matita a tratti rozza e sgraziata, dove non sempre tutti le azioni vengono percepite all’istante. Ma sa comunicare un messaggio forte creando questa umanità tremendamente idealizzata, una cultura che va oltre l’umana sopportazione, capace di interpretare un evento come la morte come un insegnamento da lasciare ai posteri. C’è Leonida, Serse, i trecento guerrieri. Sangue a non finire che esplode nella sottile violenza di Frank Miller. C’è la passione e l’ambizione, l’amore e l’odio, la conquista e la sconfitta.
Per l’onore… Per la gloria… MarciamoUn’opera che va letta non solo per gustarne la creatività e i dialoghi avvincenti, ma per trarne anche una lezione che a molti ha saputo regalare forza, ispirazione ed energia.

“Per l’onore… Per la gloria… Marciamo.”

FedereZ




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